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Il numero 10

 

ESPERIENZA PERSONALE

La mia carriera ha inizio nelle giovanili di una squadra di dilettanti dove mi viene naturale collocarmi tra centrocampisti e attaccanti. A 13 anni vado a giocare nel Bologna e faccio tutta la trafila fino agli allievi nel ruolo di trequartista: un ruolo stupendo perché mi permetteva di essere sempre nel vivo del gioco, iniziare l’azione, mandare in gol gli altri o andare a rete direttamente. La cosa più divertente era il fatto di essere sempre molto importante per la squadra, in poche parole il giocatore che faceva la differenza.

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A 16 anni debutto in serie A. Purtroppo il Bologna non era una grande squadra e quindi l’allenatore Burgnich decide di farmi giocare con grande dispiacere suo e mio nel ruolo di attaccante puro. C’era la classifica, c’erano gli equilibri ed il fatto che io facevo anche dei gol. Riesco a farne 9 di gol, ma il Bologna retrocede e mi acquista la Sampdoria. Per l’anno successivo il mio desiderio fisso era quello che finalmente avrei potuto giocare nel mio ruolo e cioè da trequartista.

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Inizia la stagione e il mio sogno viene infranto dal nuovo allenatore nel momento in cui, quando gli comunico quali erano le mie aspettative, lui si alza e se ne va. E lì finisce il mio sogno ancora prima d’iniziare. Oggi che non sono più un calciatore, sono molto contento della mia carriera di attaccante, ma penso che sarebbe stata anche migliore se avessi potuto giocare nel mio ruolo naturale di trequartista. Dico questo perché purtroppo un giocatore con queste caratteristiche deve essere fortunato a trovare un certo tipo di squadra, ma soprattutto un allenatore che sappia anche modificare il suo tipo di gioco.

 

CONCLUSIONE

Io capisco, ed è giusto, che una squadra abbia un gioco organizzato e abbia equilibrio, ma penso che ci sia sempre bisogno di questi grandi calciatori che:

  • fanno la differenza in molte partite;
  • si prendono la responsabilità quando le cose in campo e fuori non vanno bene;
  • sono di aiuto ai compagni meno dotati tecnicamente;
  • aiutano anche l’allenatore quando la squadra non va e, durante l’anno, questo può capitare;
  • fanno divertire il pubblico magari, a volte, compiendo gesti tecnici straordinari che possono anche far arrabbiare l’allenatore.

 

Roberto Mancini - tesi di fine studio del Corso Master 2000/2001 per l’abilitazione ad allenatore professionista.

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©robertomancini.com